Notizie

"Memoria del vuoto", il bandito arzanese Samuele Stochino raccontato da Marcello Fois


Oggi, 18:00
meteo SO
16°C 12Km/h
Domani, 00:00
meteo S
14°C 10Km/h
Domani, 06:00
meteo S
16°C 14Km/h
Domani, 12:00
meteo S-SO
18°C 18Km/h
Domani, 18:00
meteo S
16°C 11Km/h
meteo SO
16°C 12Km/h
meteo SO
16°C 12Km/h
meteo SO
16°C 12Km/h
meteo SO
16°C 12Km/h
meteo O
17°C 16Km/h
meteo O
16°C 7Km/h
meteo O
17°C 15Km/h
meteo O
17°C 15Km/h
meteo O
16°C 16Km/h
meteo O
16°C 18Km/h




Storia

ALGHÈRO, provincia, componesi di 19 comuni, tra i quali una città, nove grossi villaggi, ed altri nove, quali di secondo, quali di terzo ordine, con una popolazione in totale di 31,402 anime. L’estensione superficiale della medesima può ammontare a miglia qu. 350. Non vi è in questo dipartimento altra fortezza considerevole fuor della rocca della città di Alghero, che meritatamente passa pel più valido presidio delle provincie sarde settentrionali. Essa con difficoltà e pericolo può essere attaccata da mare, a cagione dei bassi fondi d’intorno, nè sarebbe lieve impresa assalirla dalla parte, dove è unita al continente.

Meritano appena attenzione le torri che sorgono in quei punti del littorale, nei quali può approdarsi, edificatevi sul principio per impedire così lo sbarco dei barbareschi, come la comunicazione di navigatori sospetti coi pastori o contadini, e i contrabbandi; ed ora mantenute per li due ultimi fini. Sono esse: la torre di Pòglina sotto Alghero, al di sopra poi quelle di Capo Galera, di Porto Conte, del Tramariglio, di Porticiuolo, e qualche altra intermedia di minor conto.

Pochi pezzi di artiglieria costituiscono i mezzi di offesa e di difesa, con una piccola guarnigione composta di un alcàide, d’uno o due artiglieri, e qualche paesano aggiunto al necessario servigio.

La forza armata di ordinanza è stazionata in gran parte nella città, e consta di due compagnie di fanteria, d’un distaccamento di artiglieri, e d’una divisione di cavalleggieri comandati da un capitano. Piccole guarnigioni sono pure poste in Bonorva e Tièsi, e ve ne converrebbe anche in Villanova di Monteleone.

La forza poi dei corpi miliziani, baracellari, cosi detti, è di due battaglioni, appellati di Alghero e di Tièsi, in totale 926 di fanteria, e 166 di cavalleria.

Il battaglione di Alghero numera 350 di fanteria, e 70 di cavalleria, e formasi dei contingenti di Alghero, Villanova, Putifigàri, Romàna, Monteleone, Olmèdo, Uri, Iteri (Usini, Ossi, Tissi appartenenti ad altra provincia).

Il battaglione di Tièsi somma a 576 di fanteria, e 96 di cavalleria. I contingenti provengono da Tièsi, Kèremule, Pozzomaggiore, Pàdria, Mara, Bonorva, Rebeccu, Semèstene, Bunnànaro, Toralba, Borùta, Cossoìne, Giàve (Bànari, Sìligo appartenenti ad altra provincia), e Bessùde sotto la prefettura di Alghero, e sotto l’intendenza di Sàssari.

Esiste in questa provincia, come in tutte le altre, una prefettura per gli affari di giustizia. Questa amministrasi dai giudici ordinari dei mandamenti col voto consultivo del regio prefetto.

I tribunali sono costituiti ne’ capo-luoghi dei mandamenti. Questi sono: 1.º il regio vicariato nella città, presieduto da un magistrato, che ha il titolo di regio veghiere, o vicario, e rende ragione per l’organo d’un suo assessore; 2.º il mandamento di Villanova, che estende la giurisdizione sopra Monteleone, e Romàna; 3.º di Putifigàri; 4.º d’Olmèdo; 5.º di Bonvehì o Bonvicino, componentesi di Pàdria e Mara; 6.º di Cossoìne, che inchiude anche Giàve; 7.º di Bonorva, che contiene Rebeccu, Semèstene, e Pozzo-maggiore; 8.º di Monte-maggiore, sotto la quale appellazione intendesi il marchesato composto di Tièsi, Bessùde, Kèremule; 9.º di Meilògu, che riunisce Bunnànaro, Toralba, Borùta; 10.º di Val-verde; 11.º di Minotàdas; 12.º di Minerva; 13.º di Planu-de-murtas: mancando gli ultimi quattro di propri vassalli, cui si amministri giustizia, per essere deserti i loro territori; quindi la loro giurisdizione non si esercita che in alcune occorrenze, dicendosi allora solo la ragione, quando tratti-si di cose appartenenti a queste montagne o terreni denominati feudali, ovvero di delitti ivi commessi, o controversie tra i contadini che vi seminano, tra i pastori che abbiano presi in appalto i pascoli.

Risiedono i giusdicenti, che hanno vassalli propri, nel capo-luogo del mandamento; gli altri in paesi vicini a’ luoghi, su cui hanno giurisdizione; gli uffiziali di Minotàdas e di Minerva se ne stanno in Villanova; quel di Planu-de-murtas in Pàdria; quel di Val-verde in Alghero.

I delitti, in cui più spesso incorresi, sarebbero il furto, al quale induce il solo bisogno, e persuade la facilità di cogliere il bestiame vagando, e la solitudine dei luoghi; talvolta l’infanticidio, mancandosi di stabilimento che accolga gli esposti, e troppo abborrendosi l’eterna infamia, che marchia le misere donne sedotte, e tiene sempre viva la memoria della loro debolezza; gli omicidi per private vendette; gli incendi dei luoghi boschivi, per ottenere dai teneri germogli pascolo al bestiame dopo le pioggie autunnali, o delle stoppie fatti nel fervore dell’estate, per tener pronti alle operazioni dell’agricoltura i terreni.

In tutta la provincia i furti di frutta e di bestiame non eccedono all’anno le lire nuove 5000. Ad impedire queste offese alla proprietà, e gli attentati alla vita, gioverebbe una forza imponente, e a toglierne le cause assaissimo condurrebbe una spedita e rigida ragion di giustizia, e l’instituzione di pubbliche opere, con adottare mezzi energici per agevolare, e animare l’industria, scuotendo i popoli dal non volontario stato di inerzia.

Il numero degli inquisiti entro questa provincia è di nessuna considerazione; i diffidenti della giustizia o vanno nella Nurra, nido e asilo a molti malfattori, o in altre parti remote; gli algheresi contabili di qualche delitto si aggirano tra i vigneti, e non si curano di maggior sicurezza nelle foreste.

Il numero dei detenuti non eccede le 30 persone. La reclusione di questi nelle prigioni regie, e nelle baronali non può tenersi come semplice possedimento del corpo degli accusati, ma come una vera pena, che riconoscesi ingiusta con chi assolvesi per ragion d’innocenza dopo l’esame.

Le regie carceri d’Alghero sono una sepoltura di viventi, e la veduta delle baronali fa gemere l’umanità. Queste per lo più sono formate di una o due stanze sotterranee, piene sempre della più esiziale mefite, soggiorno quasi sempre di lunga durata per gli infelici.

Le cose economiche vengono governate da un regio intendente, il quale risiede in Alghero, ed esercita dritti assai ampli sopra i consigli di comunità; non però su gli amministratori dell’azienda civica, alla quale sopraintende un regio delegato.

Per la riscossione delle regie contribuzioni la provincia è divisa in tre distretti, ciascuno sotto un esattore, e sono Alghero, Bonorva e Tièsi.

La somma delle contribuzioni nei rispettivi rami è la seguente: di donativo ordinario lire sarde 8847.3.10; di donativo straordinario 8847.3.10; di dritto di posta di ponente 47.8.6; di posta di levante 809.17.4; contribuzione per ponti e strade 2237.7; dritto di paglia 1551.16.4; per l’amministrazione provinciale 694.4.5. Totale complessivo 23,135.1.3 (lire nuove 44,419.31).

Agricoltura. Deve dirsi, che generalmente sia in uno stato poco florido pei cattivi metodi agrari, che il sardo tenacissimo degli usi dei suoi maggiori non vuol modificare, e per li pochi oggetti che maneggia.

Manca l’istruzione, e sebbene la saggia provvidenza del governo abbia attribuito alle scuole normali la considerazione di quest’oggetto essenziale, non ostante trascurasi quasi affatto, e amano i precettori, uscendo dalla linea del loro dovere, trattenersi nelle cosuccie grammaticali della latinità, il che fa bene spesso cangiare la destinazione alla vanga per alla penna, onde si scema il numero degli agricoli, e si accresce quello degli sfaccendati, giacchè, dopo essere stati iniziati nelle lettere, sdegnano abbracciare arti di fatica.

Il quadro dello stato dei monti di soccorso in favore dell’agricoltura presenta una notevole differenza in meno tanto nel fondo granatico, quanto nel nummario dai numeri della dotazione. Tutto calcolato, si può fissare che tra grano, orzo, fave, civaje non si semina all’anno meno di 10,720 ras. (litr. 1,845,984), che in mediocre fertilità può dare il 6 per uno. Il seminario del lino può andare a 1000 starelli cagl., il prodottto a cantara 2000 in lino, ed a starelli 3500 in seme.

La pastorizia è poco fruttuosa, per ignorarsi il modo di mantenere in sanità il bestiame, e per non assicurargli la sussistenza, quando il rigor del verno ricopre i pascoli di nevi, o il ritardo e le mancanze delle pioggie autunnali, come è avvenuto nel 1832, fanno, che non nasca a tempo pel bisogno l’alimento.

Nutronsi cavalle, vacche, pecore, capre, porci nei prati, ne’ pabarìli ossiano maggesi, nelle tanche, e nei monti, che con gli animali domiti e domestici, cavalli, buoi, majali, e giumenti possono formare un totale di 142,930 capi, numero che riconoscesi inferiore a quello, che soffrirebbe il terreno, se l’industria cooperasse alla sua produzione. Da’ capi vivi venduti al macello, all’agricoltura, o al servigio dell’uomo, in lane, pelli, e formaggi, si possono per ordinario ricavare scudi 30,000 (lire nuove 144,000).

Poca attenzione si usa alla propagazione del pollame. Le specie non sono generalmente che due, delle quali la più numerosa sono le galline, essendo i colombi da pochissimi coltivati. Forse tra gli uni e gli altri in tutta la provincia sono al di qua, o poco al di là di 50,000 capi. I polli credonsi fatti per la tavola dei ricchi, e ciò in giorni straordinari.

Caccia. I cinghiali e daini abbondano dappertutto: in alcune montagne più folte abita il cervo; le volpi si moltiplicano in tutte le parti, parimente le lepri, e in qualche regione le martore, oltre non poche specie di volatili; tuttavia non se ne ha vantaggio. Non vi sono cacciatori di professione, e dalle caccie, che fannosi per partite, non ricavansi che poche pelli di daini, e cervi; e dalla diligenza dei pastori in iscemar le volpi, una certa quantità delle loro pelli, che passano nel commercio.

Boschi. Come nella maggior parte della Sardegna, così anche in questa, a malgrado che la vegetazione spieghisi con gran vigore, non trovansi delle selve di alberi colossali, quali veggonsi in altre regioni. I pastori col ferro e col fuoco spargono la distruzione, ed atterrano i più grandi vegetabili per somministrare pascolo di poche foglie al bestiame. Niuno invigilando alla conservazione dei boschi, scema ogni dì il loro numero. Cominciasi a profittare della scorza del so-vero; e molto se ne estrae dai boschi di Putifigàri.

Minerali. Poche cose in questo genere sonosi finora conosciute; si spera però che un’attenta ricerca potrà dimostrarci non poche ricchezze naturali; per ora potrebbesi trar partito dal bolo armeno rosso, dal gesso, dalle calcedonie, agate, diaspri, corniole, che trovansi a maestro ed a mezzogiorno di Alghero, come pure di certe produzioni di natura ignea, che trovansi nella parte a scirocco di questa provincia, le quali terre sono la regione veramente vulcanica della Sardegna, come ognun riconosce essere il terreno di Pozzo-maggiore, Kèremule, Giàve, Toralba, Bunnànaro. Chiari sono i crateri del prato di Giàve, di monte Annaru, di monte Ruju, monte Boes, monte Arana.

Pescagione. Sebbene quei piccoli fiumi, che sono nella provincia, abbondino di anguille e trote, pure non se ne ritrae molto di lucro. Pochi, e più spesso per diletto che per lucro, attendono alla pesca, eccettuati i toralbesi, che in qualche tempo dell’anno vi sono assai applicati, e che vendono con molta riputazione le saporosissime anguille prese nei primi confluenti, e nel principiante canale del Coquìna. Si calcola che all’anno prendano da 3600 libbre di anguille, da cui avranno non meno di scudi 180. Lo stagno di Càliche in Alghero produce un lucro più ampio, e più ancora il mare, d’onde estraesi all’anno non meno di cantara 2555 (chil. 103,860.75), per cui può aversi la somma di scudi 12,775 (lire nuove 61,320). La pesca delle alici e delle sardelle potrebbe somministrare un reddito di gran lunga superiore, e sopra questo anche maggiore quella del corallo; ma gli algheresi non sono ancora persuasi che principalmente dal mare debbono essi trarre le loro ricchezze. Si calcola, che in quantità media possano le barche algheresi avere da queste pesche da 50,000 scudi (lire nuove 240,000). I napoletani, toscani, genovesi vi mandano per l’ordinario da 350 feluche.

L’industria è poco men che nulla in questa provincia, priva d’ogni stabilimento di manifatture, se si eccettui la fabbrica domestica delle tele e del forese, e qualche altra di pochissimo conto per solo uso privato, o per farne un piccolo smercio nei paesi vicini. I telai in totale saranno da 6000, tutti di pessima costruzione, e possono al più somministrare da 15 mila pezze tra tele, e panno ruvido forese, volgarmente albaggio, di cui quello che destinasi per le donne prende il verde, il rosso, o il lionato oscuro, con certe preparazioni di erbe e radici; quello che provvedesi per gli uomini si tinge in nero. Le arti meccaniche più necessarie sono in una stazionaria mediocrità nella città, meschinissime nei villaggi.

Commercio attivo interno. I capi di questo riduconsi ai prodotti dell’agricoltura e della pastorizia; non meritando considerazione altri piccoli oggetti delle arti meccaniche. Quindi innanzi avviverassi di più per la facilitazione del trasporto, mercè la strada provinciale, che da Alghero andrà a toccare la strada centrale presso s. Maria de Cabuabbas di Toralba, passando per Iteri e Tièsi, e per le terre di Uri.

Commercio attivo esterno. Si manda all’estero granaglie, e specialmente vini assai riputati, olio, pelli, formaggi, alici, sardelle, corallo, ecc.

Il commercio passivo, sebbene ordinariamente nel totale del valore non sia superiore all’attivo, è però più svariato, come esige la comodità d’un paese, cui mancano quasi che tutte le manifatture. Il porto di Alghero è poco frequentato, e gli affari, che occorrono, non vi chiamano all’anno più di 40 in 50 bastimenti. Lo stabilimento d’una colonia industriosa nel golfo Conte, e d’un porto-franco pel commercio, forse nuocerebbe ad Alghero, ma gioverebbe a tutta questa provincia, e ad altre ancora, per l’incremento che prenderebbe l’agricoltura e pastorizia, e per l’introduzione necessaria delle arti manifatturiere.

Feudi compresi in questa provincia. Sono essi dodici: 1.º Villanova-Monteleone; 2.º Olmèdo; 3.º Putifigàri; 4.º Tièsi; 5.º Meilògu; 6.º Bonorva; 7.º Pàdria; 8.º Cossoìne; quindi le montagne feudali, terre deserte di popolazione, che sono: 9.º Val-verde; 10.º Minerva; 11.º Minotàdas; 12.º Planu-de-murtas. Dai vari dritti, che esigono i feudatari dai vassalli abitanti nei comuni compresi nei loro territori, e dai dritti che percevono da quelli che prendono in appalto per seminarvi, o pascolarvi il bestiame le terre demaniali hanno in totale complessivamente non meno di scudi sardi 15 mila (lire nuove 72,000).

Ricchezza di questi provinciali. Riuniti gli elementi della medesima, e fatte le detrazioni, ch’è dover di fare, vedesi allora dal residuo qual sia l’avere dei medesimi in equa divisione.

I prodotti tutti dell’agricoltura si possono valutare in iscudi sardi 375,000

– della pastorizia 30,000

– della pesca delle alici, sardelle, e corallo 50,000

– della pesca di mare, di stagno, di fiume 12,955

– Valore di altri oggetti meno considerevoli 5,000

Totale scudi 472,955

Da questo avere bisogna ora sottrarre la decima ecclesiastica sui prodotti dell’agricoltura e pastorizia, cioè scudi 40,500; le contribuzioni regie scudi 9454; le prestazioni feudali scudi 15,000; le dirame comunali, che possono ascendere a scudi 4000; la corrisponsione pel servigio baracellare, e assicurazione delle proprietà scudi 10,000. In complesso 78,954, il quale dedotto dall’avere indicato 472,955, avremo per residuo 394,001, onde è chiaro che tocca individualmente scudi 12.5 (lire nuove 59.97); risultamento, che deve stimarsi vicinissimo al vero, e che di poco andrebbe cresciuto per la minor quantità dell’indicata, che si dà per decima.

Istruzione pubblica. Questa in Alghero è nella condizione, in cui può essere in una città di provincia, nella quale vi siano molti ingegni, e gran desiderio di apprendere. Nell’antico collegio dei gesuiti sono stabilite le regie scuole di latinità, e di belle lettere, che però hanno ancora, come le altre della Sardegna, un po’ di antica ruggine, pel metodo di addotrinare, da cui non si vuol partire, metodo, che richiede otto anni di tempo per la grammatica latina, di cui poca cognizione viene ad ottenersi, e insieme per le belle lettere, dove nessun vero progresso possono fare i giovani. Pare che si voglia al presente, da chi le dirige, instituirvi lo studio delle storie patria, sacra e universale, e della geografia universale, come è stato ordinato da più di dieci anni. Le scuole di filosofia sono subordinate alle università per le materie da dettare; ma lo studio della fisica è uno studio materiale, perchè sprovveduto dei necessari soccorsi, ed è trascuratissimo quello degli elementi di matematica. Si è aggiunta una cattedra di chirurgia, la quale cagiona dispendio, e non può arrecar frutto. Nel seminario tridentino si insegna ancora la teologia, e gli allievi vanno poi a chiedere gli onori dei gradi accademici in una pubblica università. Altre scuole di latinità sono costituite nel paese di Bonorva. L’instituzione delle scuole normali è poco bene stabilita: mancano in Monteleone, Romàna, Putifigàri, Olmèdo, Rebeccu meschini villaggetti, e negli altri paesi, dove esistono, sono spesso malamente governate. Dovrebbesi, oltre del leggere e scrivere, insegnare il conteggio, e spiegare i rudimenti dell’agricoltura, fini, che facilmente si potevano conseguire nello spazio di tre anni, ai quali è stato fissato il corso: tuttavia dopo tal tempo con difficoltà leggono e scrivono i giovanetti, rare volte conoscono le prime regole della volgare aritmetica, nessuno poi apprende i principi agronomici; in luogo dei quali si propongono ai giovanetti certe minutezze grammaticali della lingua latina, cui è sempre un perditempo il badare, che però pajono cose d’importanza ai precettori, e nelle quali, chi mostri di aver penetrato, tosto viene spinto nel corso intero della latinità, come ingegno di grande espettazione. L’utilità di queste scuole normali, fatte secondo lo stabilimento sovrano, malamente ancora si conosce, e n’è prova il piccolissimo numero dei concorrenti. In una popolazione di quasi 32,000, dove i minori maschi tra i 6 e i 12 anni saranno circa 1900, appena 150 vi sono applicati. Le cose andrebbero secondo la mente sovrana, e da questa saggia instituzione si percepirebbero degni frutti, se i vescovi si assumessero questa cura degna del loro ministero, ed ingiungessero ai parrochi di invigilare non solo perchè l’istruzione procedesse secondo le regole, ma perchè i medesimi, con più frequenza spiegando ai popoli la divina parola, illuminassero i padri di famiglia, e gli obbligassero a mandare i figli all’educazione cristiana, di cui mancano, ed alla civile tanto necessaria, quanto conosce ogni saggio.